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martedì 11 dicembre 2012

Qualcosa trovo.

Più di un mese, sono fuori media. Ti chiedo scusa.
Comunque è da una settimana che l'espressione che dà il titolo a questo post mi ronza per la testa.
Hai presente?
Sarà capitato anche a te, magari in passato, di trovarti nella situazione di dover dire: "Stai tranquillo, non preoccuparti per me, io qualcosa trovo". Qualcosa trovo da fare, qualcosa (o qualcuno) trovo per tornare a casa, qualche altra opportunità riesco a cogliere se tu, ad esempio, più o meno volontariamente, mi sei passato davanti.
Qualcosa trovo, insomma.
E poi ho pensato alle tante notizie di disperazione che, ogni santo giorno, affollano i tg, i radiogiornali, le timeline, gli stream, tutte queste diavolerie digitali che ci danno l'illusione di possedere ciò che ci sta intorno.
Persone strozzate dalla crisi economica, amanti che non riescono ad accettare di essere abbandonati/e reagendo nel modo più devastante possibile, sia la loro violenza rivolta verso se stessi/e o verso la fonte, a loro parere, della loro desolazione, famiglie prostrate da fatiche e da assenza di prospettive.
E potrei continuare all'infinito, non fossero le 00,39 e non dovessi alzarmi alle 6,30 domani mattina.
Ad ogni modo, pensavo a tutte queste storie di ordinaria sofferenza, caricandomele sulle spalle come faccio, purtroppo, da sempre, convinto che il mio restarne schiacciato potrebbe alleviare il peso di chi se le porta ogni giorno.
Ho collegato queste due cose. Riflettendoci, credo che ci sia troppa gente in giro che non sa più dire o pensare "qualcosa trovo". Credo ci sia troppa gente che pensa di non aver alcun motivo per cui poter combattere, per cui provare a dare il meglio, che crede di non aver nulla da perdere. Quando invece ha tutto. Da perdere.
Non è facile eh..e non voglio incorrere nell'errore di banalizzare questa prostrazione. 
Però è un pensiero che m'interroga davvero molto. A quante persone io avrei potuto indicare una via nuova, suggerire una prospettiva diversa, invitare a rialzare la testa, invogliare a perseguire nuovi sentieri?
Non che abbia la pretesa di essere chissà chi, ma credo che nessuno dovrebbe sentirsi escluso da questo circolo virtuoso. Perché io credo che potrebbe essere virtuoso.
Perché non provare a regalare una traccia, un percorso nuovo a chi crede di non averne più?
Magari è solo un delirio, però tu ci staresti?
Non penso ci voglia tanto, non credo servano mille parole. Io ne ho spese anche troppe.
Fammi sapere.

Ciao.

mercoledì 7 novembre 2012

Questione di tempo.



Arriva una palla alta che sta per centrare i pali.
Tu la vedi scendere.
La afferri.
Stai per calpestare la riga di meta ed è questo il momento delicato. Stai perdendo l'equilibrio e pochi centimetri ti dividono dalla linea di meta. Peccato che non sia la linea che interessa a te.
Bene, equilibrio mantenuto
. Now, it's the time. Ti giri ed inizi a correre all'impazzata, conscio che non potrà esserci nel resto della tua partita un altro momento così, conscio che hai la possibilità di scrivere una pagina epica nella storia del tuo sport e della tua vita. E non importa che sia una partita di campionato liceale. Now, it's the time, it's your time.
Vedi ostacoli davanti a te ma poco importa perché tu, in cuor tuo, sai che questa volta arriverai.
Questione di tempo, di poco tempo, di 15 secondi. I 15 secondi che ti permettono di riprendere in mano la tua esistenza e di sentirti grande, finalmente grande.
E anche gli avversari, seppur sorpresi, battuti, beffati, non possono che partecipare a questo tuo momento di gloria. Perché è una cosa bella, perché è una cosa che va oltre una semplice partita di football. Perché è il tuo momento, è la tua ripartenza.
Perché anche loro sognano di poter vivere il momento che stai vivendo tu, prima o poi.
I 15 secondi che dovrebbero spettare di diritto a chiunque venga a questo mondo, LA possibilità. Poi sta a te sfruttarla, per costruire qualcosa che vada oltre te stesso, perché la gioia è vera solo se porta bellezza, se porta luce, se è condivisa.
Io devo imparare a cogliere il momento buono. Che è qualsiasi momento.
Ma devo svegliarmi. Perché di mediocrità è pieno il mondo, purtroppo, e io non voglio annegarci dentro.
Perché sento di amare la luce.

(Se tra qualche minuto, guardando il video qui sotto, inizierai a fare gli occhi rossi e a cantare a squarciagola"So love the one you hold / And I will be your goal / To have and to hold / A lover of the light" non preoccuparti, è del tutto normale. Significa che sei vivo)

domenica 21 ottobre 2012

Che non sono niente.


Potrei dirti che ho intervistato Giuliano nel lontano 2004, periodo in cui collaboravo con un periodico molto figo e, per questo, protagonista di una vita molto breve, chiamato "MOSAIKO".
Potrei dirti che li avevo conosciuti in un grande concerto rock, nel 2003 credo, all'Estravagario di Verona. Suonavano di spalla ai Negrita.
Potrei dirti che dopo averli sentiti al Ferrock di Vicenza, nel 2004, davanti a pochissima gente peraltro, sempre il buon Giuliano, sudatissimo, a fine concerto mi ha preso sottobraccio e mi ha portato a conoscere il resto della band in un gazebo di fortuna dietro al palco, il loro backstage dell'epoca.
Potrei dirti che già da "000577", il loro primo cd, avevo capito che sarebbero arrivati. Sì, sarebbero arrivati.
Quella per me era l'epoca del grande sogno della musica, del Panasonic GD35 scarico quando serviva, della Fiat Uno, delle speranze ancora troppo acerbe per essere già tradite.
Potrei dirti tutto questo e te l'ho anche detto.
Ma non è questo il punto. Il punto è che poi le cose cambiano, i Negramaro diventano qualcuno, le speranze si sfilacciano, Giuliano si ripete, i testi si svuotano, le musiche si caricano, le vocali lunghe resistono così come il falsetto quasi fastidioso, i duetti si sprecano.
Buona musica, per carità, nessuno dice il contrario. Non li ho persi di vista. Sono come quei piccoli angoli di paese che tu hai visto fin da bambino e che, se anche vengono in seguito stravolti da nuove costruzioni, dall'incuria o dall'usura del tempo, per te restano sempre preziosi.

E poi arriva questo singolo. L'ennesimo singolo apripista di un (lo scopro ora) best of. Perché se non fai un best of non sei nessuno a questo mondo. E ti aspetti i soliti verbi all'infinito (e qui ci sono, anzi, si sprecano), l'universo immaginifico di verdi conigli, ali, cuore, libertà, mondo. E anche questo c'è, tutto è ben apparecchiato.

Però poi c'è questo ritornello. Un ritornello ispirato. Un ritornello che mi ha portato a scrivere questo post:

"Oltre questa stupida rabbia per niente
Oltre l’odio che sputa la gente
Sulla vita che è meno importante
Di tutto l’orgoglio che non serve a niente

Oltre i muri e i confini del mondo
Verso un cielo più alto e profondo
Delle cose che ognuno rincorre
E non se ne accorge che non sono niente
Che non sono niente"


Ecco qua. Non aggiungo altro perché non ne vale la pena. Bravo Giuliano o chi per lui.
Io non sono ancora riuscito a mettere ordine nelle mie priorità e, lo so per certo, sto ancora rincorrendo tante cose che non sono niente. Che non sono niente.
E tu, come stai messo?

PS: mi scuso con quel paio di persone che attendevano questo post da un tweet di qualche giorno fa. Scusatemi, era in bozza da un po' però stava attendendo il momento giusto. Lui eh, il post, non io. Io il momento giusto devo ancora individuarlo.

Ciao.

domenica 16 settembre 2012

Un futuro senza fiori.

Ci pensavo sabato scorso (non ieri, intendo proprio sabato scorso, 8 giorni or sono).
Ci pensavo mentre tagliavo l'erba in giardino, attività che, devo ammetterlo, mi piace parecchio. Quando riesco ad essere a casa di sabato mi prendo il buon vecchio tosaerba e inizio a disegnare traiettorie il più possibile precise nel prato, con un'attenzione ed una perizia che sarebbe bello riuscissi a trasferire anche agli altri ambiti della vita che mi vedono impegnato. Solitamente riesco a fare tutto in un'ora e mezza e questi 90 minuti per me sono davvero rigeneranti. Niente rotture di scatole, niente telefonate, niente necessità di rispondere a qualsivoglia stimolo esterno, solo un lettore mp3 a farmi compagnia per evitare di stordirmi troppo con lo sbuffare del suddetto tosaerba.
Mi sento pacificato con la natura. Mi inorgoglisce vedere, poi, alla fine di tutto, l'erba finalmente ordinata e precisa, un tappeto sul quale verrebbe veramente voglia di stendersi e rilassarsi completamente.
Solita lunga digressione.
Dicevo: sabato scorso, mentre ero intento all'opra sfalciante, pensavo a quanto potesse sembrare innaturale, in un'epoca di virtualità, di on demand, di socialwebduepuntozero, eseguire un'operazione se vuoi anche banale come il taglio dell'erba.
Taggami 'sto ciuffo.
Condividi questo albero.
Aggiungi questo fiore alla lista dei tuoi amici.
E pensavo, inoltre, ad un futuro senza fiori. Sì perché, a mio parere, per i motivi più diversi, ci stiamo preparando ad una civiltà senza fiori. E non mi riferisco solo alla cementificazione, all'incuria, alla mancanza di risorse economiche. Da quel poco che so i sémi non costano poi così tanto. I sèmi, invece (per capire questa devi essere veneto, mi dispiace), costano molto di più.
Quel che manca è il tempo. Maledetto tempo.
Il discorso è sempre quello. Ne abbiamo poco a disposizione e spesso lo sfruttiamo male. Parlo per me, eh.
Durante l'ultima settimana di volontariato al Sermig, è stato donato a tutti noi un seme di girasole. Ebbene, subito dopo essermi reso conto che della semina del girasole non sapevo una cippa (in realtà non so una cippa della semina di alcun tipo di fiore), il primo pensiero che ho fatto è stato: "Riuscirò a ritagliarmi il tempo per curare questo fiore come si deve? Mi ricorderò di annaffiarlo? Sarò costante nel seguirlo?".

Tutto diventa un peso se tu non riesci a dargli il peso giusto, il peso che merita.
Piantare un fiore NON dovrebbe essere un peso.
Coltivare un'amicizia NON dovrebbe essere un peso.
Pregare NON dovrebbe essere un peso.
Guardare la De Filippi o la Clerici dovrebbe essere un peso.
Corrompere o farsi corrompere dovrebbe essere un peso.
Incenerire una speranza (soprattutto se è altrui) dovrebbe essere un peso.

Io il seme di girasole non l'ho ancora piantato e credo che farà fatica ad attecchire, ora come ora. Ce l'ho qui sopra alla mensola. Lì di certo non fiorirà e non si orienterà ricercando il sole. Però spero che mi possa ispirare e che mi sia da monito (e non da monitor).

Insomma, mi hai capito. Diamoci una mossa, mettiamoci a piantare qualche fiore.
E curiamolo, come fosse la cosa più importante della nostra esistenza.
Il mio è un invito, eh, niente di più.

Ciao.




lunedì 3 settembre 2012

C'ero una volta.

Una volta io c'ero.
Una volta ascoltavo tanta musica, consumavo i cd imparando a memoria tracklist, titoli, testi di canzoni.
Adesso mi accontento di intercettare qua e là qualche singolo, spesso e volentieri canzoni di gruppi "one shot", non approfondendo la storia che c'è dietro, il percorso da cui esse arrivano.
Una volta, quando incrociavo un articolo che ritenevo interessante, mi concentravo nella lettura, facevo spazio dentro di me per accoglierne il senso, le argomentazioni.
Adesso, spesso e volentieri, mi accontento dei titoli.
Una volta sapevo come stavano, interiormente, i miei amici.
Adesso so (o posso sapere) cosa fanno. Poco altro.
Una volta ero curioso, aperto al nuovo, stimolato a renderMI migliore.
Adesso il nuovo spesso mi fa paura e mi blocca.

Una volta io c'ero.
Ora fatico ad esserci.
E non è una favola.

Che sta succedendo?


mercoledì 11 luglio 2012

Non guardare questo video.

Ti ripeto, non guardare questo video.
Esso è decisamente troppo rischioso.
Potrebbe addirittura farti bene.



giovedì 5 luglio 2012

Uomo, stupido essere.

Uomo, stupido essere, quanto tempo occuperai ancora violentando vite, sentimenti, speranze, futuro, in nome di un orgoglio senza pari, di una ignobile sete di vacuità.
Se solo ti impegnassi a cercare il bello, il buono. Che c'è. Perché c'è.
Uomo, stupido essere.

domenica 17 giugno 2012

Due mesi.

E un giorno.
Un periodo strano.
Tutto intorno sembra muoversi e non mi riferisco ad una facile battuta sul dramma del terremoto. Tutto sembra essere in movimento, dicevo. Il problema è che io, in questo spazio temporale, per molti versi mi sono sentito fermo. E con la perenna distanza tra il "vorrei fare" e il "faccio".
Due mesi. Possono essere eterni se non riesci a viverli appieno.

Cheers.

lunedì 16 aprile 2012

The Artist. Piermario e la retorica del cielo.

Oggi pomeriggio ho visto, per la bellezza di € 2, "The Artist", il film pluripremiato agli Oscar. Che dire? Ne avevo sentito parlare molto bene da tempo ma per vari motivi non l'avevo visto in prima uscita. Ho recuperato oggi, in uno strano pomeriggio di domenica uggioso e insipido. E mi ha riacceso. Mi ha riacceso con il suo essere così fuori dal tempo, così "altro da qui". E pensare che, ad onor del vero, l'inizio non era stato dei più semplici. Complice il mio stato di leggera sonnolenza, acuito dal meteo, la prima mezz'ora è stata particolarmente complessa. Dovevo prendere le misure a questo silenzio, straniante, quasi angosciante. Sentivo che mancava qualcosa, anzi, che mancava tutto. Nella civiltà dell'immagine, l'immagine da sola è vuota. Dobbiamo riempirla, tutti, io compreso, di rumore di fondo, di parole, di suono.
Superato questo momento, però, devo dire che l'atmosfera rarefatta ha iniziato ad attrarmi sempre di più. E, a quel punto, credo che non aver tollerato parole. Non dovevano esserci. E non ci sono state. Una volta entrato in quel silenzio, in quella dimensione così intensa, tutto il rumore mi sarebbe sembrato fuoriluogo. Tanto che, all'udire la suoneria del solito telefonino lasciato acceso in maniera improvvida, sono stato colto da un raptus quasi violento. Non si poteva rompere quell'idillio. Sacrilegio. Anyway, alla resa dei conti, grande film. Mi ha fatto commuovere, mi ha fatto fare gli occhi rossi, qualche lacrima è scesa, struggente, lirico, metafora della vita.
Tanto facciamo fatica a calarci nel silenzio, a crearci un alveo tutto nostro di riflessione e di introspezione, tanto poi, una volta conquistato, vorremmo tenerlo stretto a noi e vivere solo di lui.

Piermario. Le frasi fatte. L'aria data alla bocca da tante persone (approposito di silenzio, che spesso sarebbe d'oro). E poi la retorica del cielo. Degli angeli. Gioca a calcio in cielo. E gli scarpini da calcio. Ecco, queste sono cose che non riesco a concepire. Non trovo alcun lirismo, alcuna poesia in un ragazzo di 25 anni che ha avuto la vita, il cuore e la mente straziati da dolori atroci, che ha saputo rialzarsi sempre con quella voglia, con quella grinta di chi vuole dimostrare di essere più forte di questo destino beffardo ed estremo. Lo ha fatto per due volte anche in campo, sabato. Senza poesia, senza lirismo. Solo con sudore e, c'è da immaginarlo, con le lacrime.
Però pare che davvero la retorica del cielo sia diffusissima. La gente non crede più, se ne frega della propria fede ma tutti immaginano questi cieli disseminati di calciatori che giocano, di attori che recitano, di cantanti che cantano. Funziona? Contenti voi...
E adesso? E adesso non so, mi si azzera il cervello. Mi ricorda quanto siamo fragili. Mi intima a prendere in mano ciò che sono, a guardarmi dentro, ad ascoltarmi di più. Perché, come mi ha ricordato Qualcuno ultimamente, SILENT è l'anagramma di LISTEN.

Si dovrebbe tornare al cinema muto. Anche quando si raccontano simili tragedie.

Ciao, notte.

PS: pensieri sconclusionati, stasera. Prendili per quello che sono. Sconclusionati, appunto.


giovedì 12 aprile 2012

Nessuno ti regala niente.

Questa frase a casa nostra è risuonata molto spesso, sin dall'infanzia. Non credere alle offerte speciali, ai venditori di fumo, alle vie più comode. Nessuno ti regala niente, bisogna sudarsi e conquistarsi ogni giorno il diritto a stare bene e, soprattutto, ad essere in pari con se stessi.
Crescendo ho pian piano capito che quella che sembrava solamente una espressione stantìa in origine, un pessimismo di maniera, era (è) una realtà. Scomoda o stimolante, lo lascio dire a te.
Ciao.


martedì 20 marzo 2012

Di sole e d'azzurro.

Non c'è più alcun dubbio ormai, mi sto trasformando in una lucertola. Non fosse per la panza, per il resto mi rendo conto di cercare il sole come lo cerca il piccolo rettile. In questo momento, per esempio, ti sto scrivendo da davanti a casa, fuori, con il tablettino sulle ginocchia e con il sole negli occhi. E sto bene.
Fallo anche tu, te lo consiglio.
Ciao.
Tuto

martedì 13 marzo 2012

Ti vorrei parlare.

Ti vorrei parlare del rigore sbagliato ieri sera, il primo nella mia seppur umile carriera di calciatore. Rigore che ha impedito alla mia squadra di pareggiare.
Ti vorrei parlare di quanto questo fatto, banale se vuoi, forse stupido, abbia smosso in me mille pensieri, come se non ce ne fossero già molti nella mia testa.
Ti vorrei parlare di come stia riflettendo sulle priorità o supposte tali della mia vita.
Vorrei parlarti di tante cose. Ma mi manca il fiato ed il tempo.
E spero di ritrovare entrambi, a breve.
Ciao.
umberto

martedì 28 febbraio 2012

Il peggiore del mondo possibili.

C'è un mondo che soffre.
C'è un mondo che si impegna per far soffrire.
C'è un mondo che si impegna per, quantomeno, alleviare le sofferenze.
C'è un mondo che se ne frega.

E tu, Umberto, a che mondo appartieni?
Oggi è successo qualcosa di tristissimo. E mi convinco sempre di più che ogni vittoria del "male di vivere" è una sconfitta per tutta l'umanità.
Perdiamo il tempo dietro a cose insensate, ci affanniamo a trovare sempre qualcuno cui opporci, godiamo delle sconfitte altrui, viaggiamo come un'umanità che ha dimenticato l'umano. E non ci accorgiamo di chi soffre, magari silenziosamente, ad un passo da noi.
Poi arrivano questi dolori ci sorprendono e ci sdraiano completamente. Siamo tutti coinvolti. Lo credo fermamente. Quante persone sfiorano ogni giorno le nostre vite senza che noi muoviamo un dito per provare a capirle, per donare loro un sorriso, per farle sentire meno sole? Può sembrare retorica, lo so, ma non vorrei che lo fosse. Almeno, per me non lo è. Si tratta semplicemente di un obbligo: essere per gli altri. Far girare un'economia che non fa PIL, che non fa calare lo SPREAD, che non ci rende più ricchi monetariamente parlando. Un'economia di relazioni, di puri sentimenti. Di donazione gratuita.
Dal silenzio deve nascere una nuova civiltà. Non può non nascere.
Ne abbiamo bisogno, tutti, per sperare.

A presto.
umberto

martedì 21 febbraio 2012

Non potrei mai fare il camionista.

Di notte non riuscirei a non dormire.
Guidare per 8 ore al giorno mi distruggerebbe la già malandata schiena.
Ho bisogno di punti di riferimento stabili, un approdo a cui fare ritorno.
Quei bestioni da pilotare mi fanno paura.
La solitudine mi farebbe probabilmente andar via di testa.

Qualcuno me lo ha chiesto? No, è una semplice e banale riflessione pre-notturna, in attesa di pensieri migliori.

Ciao, a presto.

lunedì 6 febbraio 2012

Emergenza. Ho le batterie scariche.

Lo scrivevo qualche giorno fa su twitter, evoluzione moderna del blogging, ideale scappatoia per chi (come me) deve combattere costantemente con una pigrizia ai limiti del patologico: la cifra dell'uomo moderno? Il caricamento delle batterie.
Passiamo buona parte della giornata a guardare gli indicatori delle batterie di telefono, notebook, tablet (per chi ce l'ha). E non ti dico la tensione quando sei in giro, hai uno di questi strumenti quasi scarichi e la cosa può deflagrare fino a farti sentire irrimediabilmente tagliato fuori. Dal mondo.
Una volta (quale volta?) quando parlavo di "batterie scariche" tendevo a riferirmi alle mie batterie interne, alle forze fisiche a mia disposizione. Adesso sembra che non ci pensi più. In compenso ogni sera, prima di andare a letto, metto sotto carica mezzo mondo.
Domani sera provo a metterMI sotto carica, davvero.
Anche perché martedì...nuova avventura.

Ciao, buonanotte.

martedì 10 gennaio 2012

Ma quanto mi sei mancata?

Ieri mattina (anzi, vista l'ora, l'altra mattina), insomma, domenica mattina, il mio quartiere e non solo è stato interessato da un distacco della corrente elettrica, pianificato e comunicato dal gestore della rete. Lavori in corso, presumo, non ho approfondito. Arco temporale del distacco: 7,30 - 13,30. Ora, lo ammetto, alle 7,30 non ero lucido, non avevo gli occhi aperti (=dormivo) per cui non si dirti se la corrente sia stata tolta precisamente alle 7,30. Ma posso dirti, per certo, che è stata ridata alle 13,30 esatte. Che neanche i treni in Giappone.
Vabbè, non è questo il punto.
Il punto è che nello spazio temporale di quelle 6 ore ho potuto concentrare molte riflessioni. In particolare una, banale, scontata e amara: senza elettricità rischiamo di essere nulla, un nulla che cammina, parla ma fa poco altro. Controlliamo la mail: no, non si può. Che scura 'sta stanza: niente, non si accende la luce. Provo ad uscire dal cancello principale: cazzarola non si può, è bloccato senza corrente. Accendo il gas per la colazione: non va. Il Desire ormai ha una batteria che va a manovella, se si scarica? Insomma, ho reso l'idea.
Considerazione decisamente scontata. E allora ho iniziato a girovagare con i neuroni. E mi è venuto un parallelismo composito e strutturato (sapessi): luce-vita.
Spesso nella nostra vita manca la luce. Proprio questi ultimi giorni, per me, sono stati realmente di buio, di pensieri pesanti e opprimenti (e non credo che i prossimi, purtroppo, saranno molto diversi). Per varie ragioni che non sto qui ad elencare (tanto so per certo che le sai tutte anche tu, basta ad esempio guardare un tg ad una qualsiasi ora del giorno) corriamo sovente il rischio di essere sfiduciati, senza speranza, senza riferimenti. La fragilità che nella nostra casa è entrata prepotentemente nel maggio 2008 (e che costringe spesso agli occhi rossi, come un'allergia ai pollini, un'allergia ai ricordi tristi di quei giorni), almeno nel mio caso, non concede tregua. Impedisce di vivere appieno anche la più piccola ed effimera gioia, perché tanto prima o poi...prima o poi cosa? Boh.
Comunque credo sia fuori dubbio che manchi la luce. La differenza sostanziale tra i distacchi di corrente e l'assenza di luce-vita è che, se nel primo caso (compatibilmente con la negligenza umana) il "power on" è sufficientemente programmato, nella vita non funziona così (grandi scoperte, eh?). No, non funziona così.
E allora mi ritrovo in quella persona che in questi giorni si è caricata a molla e ha sfogato in casa tutta la sua energia-rabbia, la quale dalle 12,30 (e fino alle agognate ore 13,30) ha continuato imperterrita a proporre e riproporre l'annosa domanda: ma quando la ridanno la corrente? Ma quando torna? Ma quando torna?
E che ne so io! Quando torna? Non lo so, porca di quella vacca. Se lo sapessi non sarei così inquieto. Se sapessi che domani, alzandomi dal letto, quel velo di disillusione che sta condizionando la mia vista si potesse squarciare o, quantomeno, strappare un poco permettendomi di godere di un po' di luce, se lo sapessi, se ne fossi persuaso, ecco, sarebbe più semplice. Eccome.
E invece non ci sono orari, non ci sono scadenze. Non c'è niente di niente. La luce devi accenderla tu.

Sogno un giorno in cui, sorpreso da una nuova alba di speranza (oddio, quanta retorica Umberto, sei proprio messo male), mi ritroverò ad esclamare: "Ma quanto mi sei mancata, luce!?".

Ciao, buonanotte.